Condividi
Nella mente risuona ancora il gong che scandiva le ore nel centro Dhamma Latthika in Cambogia. Un corso di meditazione Vipassana in completo isolamento per dieci giorni è un’esperienza così forte e personale che nessun resoconto potrà mai raccontare. Bisogna provarlo sulla propria mente. Voglio partire dal finale, per non spaventarvi. Da quello che ho imparato nel profondo, per poi passare all’aspetto esterno e ai dettagli che vi faranno sorridere o suscitaranno stupore.

La mente è un organo disfunzionale, che è programmato male e non lavora per la nostra felicità. L’ho imparato nel tempo, ritrovandolo nella saggezza dei filosofi antichi, negli insegnamenti cristiani e buddisti, nella psicologia e nella PNL – Programmazione neuro-linguistica, in libri come “Il Potere di Adesso”, che spiega in modo semplice quanto filosofi e religioni hanno sostenuto nei secoli. La mente si rivolge continuamente al passato, con rimpianti, dolori, frustrazioni, e al futuro, con speranze, aspettative, preoccupazioni. Né l’uno né l’altro tuttavia ci appartengono: il passato se n’è andato e il futuro deve ancora arrivare e non abbiamo alcun potere su di essi. E allora perché affliggerci tanto se la soluzione è vivere il presente? La mente non ce lo permette, perché ha delle logiche di conservazione radicate nell’inconscio che si riflettono nelle azioni consce. E poi ci sono i due tipi di reazione che sono alla base della sofferenza: l’attaccamento – desiderio e bramosia – e l’avversione – odio, rabbia, rifiuto. La causa dell’infelicità è tutta qui. Lo dicevano anche i filosofi antichi e moderni, lo ritroviamo nel messaggio cristiano e in modo più argomentato in quello del Buddha. Oggi lo dice la psicologia.

Mi viene in mente quella straordinaria poesia di Archiloco in cui si invita il proprio animo a non gioire troppo delle vittorie in battaglia né a disperarsi delle sconfitte, perché “il ritmo che governa l’uomo” è alterno. “Non troppo”, la saggezza è nella giusta misura.

Il segreto della felicità, dunque, è scardinare certe dinamiche radicate nella mente ed educarla a funzionare correttamente. La meditazione non è altro che questo: scoraggiare la mente a spostarsi sempre nel passato o nel futuro e farla vivere nel presente, nel momento che stiamo vivendo proprio ora, senza attaccamenti ai nostri pensieri. Provate per un attimo a non pensare e sentire il vostro respiro: vedrete quanto sia difficile evitare di andare altrove col pensiero e rimanere nel presente.

Ora sento che qualcosa è cambiato: in parte vedo le cose in modo diverso, mi sento finalmente libero da certi condizionamenti, analizzo i miei pensieri in modo più lucido e distaccato, senza lasciarmi travolgere da essi. Nella meditazione si allena la mente a focalizzarsi sul momento presente, non si dovrebbero inseguire i pensieri ma nemmeno reprimerli. Occorre imparare a guardarli in modo distaccato. In quelle lunghissime e interminabili ore sono stato travolto dalle elucubrazioni della mente e dai ricordi: una valanga di immagini, suoni e parole che emergevano dall’infanzia fino alle più recenti ferite lasciate da una relazione e alle preoccupazioni per il futuro. A tratti ero in preda allo sconforto: sto qui per non avere di questi pensieri ma essi stanno invadendo la mia mente con tutto il carico di negatività, voglia di vendetta dei torti subiti, rabbia per essere stato tradito e offeso senza aver fatto nulla di male. Pensieri negativi che non mi sono mai appartenuti e che negli ultimi due anni hanno condizionato così tanto la mia vita.

Il quinto giorno mi reco a colloquio con il docente: io non ce la faccio, la mia mente è presa d’assalto da sentimenti di avversione e paure, questo metodo con me non funziona. La risposta è stata: è normale, sta venendo tutto a galla, continua a concentrarti sul respiro o sulle sensazioni fisiche e ricorda che tutto è transeunte, tutto passa.

Anicca, anicca, tutto è impermanente. Ripeteva la voce di Goenka all’inizio di ogni meditazione. I beni materiali, le persone, il dolore e la gioia, le emozioni negative e positive, tutto è destinato a passare prima o poi, per questo non bisogna attaccarsi ad esse. Quando si capisce veramente questo, nel proprio interiore, tutto passa. Anche il dolore fisico è molto più lieve se la mente distoglie l’attenzione da esso. E così, fino all’ultimo ho creduto che uscendo dal corso mi sarei portato dietro ancora i fantasmi del passato. E invece, come se mi fossi svegliato da un lungo letargo, finito il corso ho iniziato a osservare le cose con distacco e lucidità. Credetemi, è una rivoluzione nella propria vita.

La maggior parte del dolore e delle preoccupazioni per il futuro scompare, ogni giorno ha in sé la bellezza di far parte di me, l’ego si ridimensiona, l’attenzione è più viva quando parlo con le persone e affronto le cose con una visione più chiara, con meno ansia e stress. È solo un piccolo seme gettato, solo un inizio, perché i benefici si vedono solo praticando quotidianamente e, come in ogni cosa, si fa presto a tornare indietro. Ma in questo caso l’esperienza è stata così forte che non può non aver lasciato qualcosa per sempre. Loro consigliano di meditare almeno due ore al giorno, al mattino e la sera, e ogni tanto organizzare incontri collettivi. Nella mia personale interpretazione, si può iniziare anche con 10 minuti, che è sempre meglio di niente. Si può anche sviluppare la consapevolezza nelle attività quotidiane, nelle attese, in metro. In questo caso ad occhi aperti, per non destare l’attenzione altrui.

I PREPARATIVI

Avevo sentito parlare di questo corso due anni fa da alcuni amici, in particolare da Marta, che a ogni incontro mi diceva: “Fabio, respira!”. E un giorno, vedendomi confuso e afflitto, avanzò la proposta: “Perché non fai un bel corso di meditazione Vipassana?”.  Mi sono sempre piaciuti i monasteri, gli eremi sui monti e ogni tanto ho accarezzato l’idea di passarvi qualche giorno. Nelle rinunce ho sempre dato il meglio di me e allora perché non provare un corso del genere?

La mia intenzione era frequentare un corso organizzato da Dhamma, l’organizzazione che aveva riscoperto la pratica originaria di Vipassana e che mi è sembrata più affidabile e seria. Iscriversi al corso non è stata una passeggiata. I corsi sono gratuiti e si riempiono facilmente (tutte le informazioni si trovano nel sito www.dhamma.org/it). In Italia c’è un unico centro in Toscana e la scorsa estate i corsi erano tutti pieni. Ci si può iscrivere a un solo corso per ogni Paese. In Thailandia ero in lista d’attesa mentre alla fine, dopo numerose domande e email, sono stato accettato in un corso in Cambogia presso il centro Dhamma Latthika nei pressi di Battambang. Avevo fatto l’iscrizione con due mesi di anticipo. A dieci giorni prima dell’inizio del corso un email mi comunica che non avevo dato conferma e che ero stato cancellato. Ci deve essere stato un errore perché avevo confermato sulla piattaforma non appena mi era stato richiesto. Preso dallo sconforto ho iniziato a tempestarli di email e alla fine sono stato reinserito.

LE MOTIVAZIONI

Alla base della mia scelta ci sono diverse motivazioni: imparare ad essere più concentrato e focalizzato nelle cose che faccio, scardinare alcuni meccanismi della mia mente che mi hanno portato a soffrire a lungo per una relazione finita male, imparare a gestire l’ansia e lo stress, ad essere più presente nella vita e nei rapporti umani (mindfullness), migliorare le mie capacità di giudizio e decisione, smettere di fumare, disintossicarmi dal telefono e da Internet, prendere un periodo per guardare dentro di me. Vipassana significa proprio “visione profonda”. Avevo letto anche di corsi per Executive rivolti a dirigenti aziendali e funzionari governativi per imparare a svolgere al meglio lavori di responsabilità.

Avevano preso parte al corso persone con le più svariate motivazioni. C’era chi voleva trovare un senso alla propria vita e abbracciare i principi del buddismo, chi aveva problemi di natura psicologica (secondo me ce li avevamo tutti lì dentro!), forti depressioni e turbamenti, oppure chi era alla ricerca di stati più elevati della mente. Un ragazzo russo sosteneva di aver passato 5 ore della sua vita in una sorta di estati al di fuori della realtà e che ora voleva provare con la meditazione, l’Ecstasy o l’LSD a raggiungere quegli stadi mentali extrasensoriali. C’erano anche molti impiegati cambogiani che volevano migliorare la propria vita personale e lavorativa. Infine sono rimasto colpito dalla preenza di una decina di monaci buddisti ha preso parte al corso: a quanto pare nei monasteri si insegna solo la meditazione Samatha e Anapana, basata sul respiro e per imparare bene la vera Vipassana molti monaci frequentano questi corsi.

SI PARTE

Una certa Laura, tedesca, aveva letto il mio nome nella piattaforma e mi aveva chiesto di condividere il taxi da Battambang al centro di meditazione. Si presenta con un’amica, Masha, che aveva fatto spostare l’orario di un’ora e che con tutta tranquillità voleva fermarsi a mangiare. La natura ansiosa di Laura e mia contrastava con la calma zen di Masha. Laura confessa che non può fare a meno delle numerose pillole di ansiolitici e antidepressivi – le sue braccia avevano i segni dei tagli – mentre Masha infonde energia positiva a entrambi. “Let it happen” si legge nel tatuaggio che ci mostra. Lasciamo che le cose vengano da sole, senza preoccuparci. Ci faremo forza a distanza. E così arriviamo al centro.

Di nuovo dobbiamo compilare la scheda con tutte le nostre informazioni. Il giorno Zero sta per cominciare. Un volontario mi chiede di lasciare cellulare, libri, taccuini e altro negli armadietti. In realtà non controlla molto e alla fine sta alla responsabilità e serietà di ognuno. Mi tengo le medicine, mentre la guida turistica la lascio la mattina del giorno seguente, prima che chiudano definitivamente gli armadietti.

Mi portano in camera. “Oddio, è una cella di prigione!”. Mi guardo attorno e comincio a pulirla ed arredarla con quanto a disposizione: lenzuola, cuscini, grucce, zanzariera. La camera era invasa da ragni e la prima reazione è stata: come faccio se non posso ucciderli? Arriva un vicino e mi mostra la scopetta. Primo insegnamento: si possono togliere i ragni senza ucciderli. In realtà al fine del corso il mio rapporto con i ragni e altri insetti è passato dalla paura diffidente all’amicizia convivente: altre paure eliminate e nuovi punti di visti acquisiti.

Facciamo un breve pasto nel refettorio: il mio posto è su una stretta tavola metallica di fronte al muro e dietro la porta della cucina. Mi sentivo come in castigo. Ci portano nella sala con le istruzioni in inglese per gli stranieri. Le donne avevano la loro manager, mentre il nostro non si presenta. Era cambogiano e non parlava inglese: ansia! E se mi succede qualcosa a chi mi rivolgo? Poi scopro che per le informazioni di servizio si può parlare con i responsabili. Come quel signore americano che ha chiesto – invano – la carta igienica al manager.

Ci siamo. Facciamo solenne promessa di rispettare i cinque precetti, oltre al nobile silenzio e impegnarci a restare per tutta la durata del corso. Questo per loro è fondamentale: lasciare il corso prima della fine non porta alcun beneficio, non accettano nemmeno le offerte se vai via prima.

I CINQUE PRECETTI

  1. astenersi dall’uccidere qualsiasi creatura vivente,
  2. astenersi dal rubare,
  3. astenersi da ogni attività sessuale,
  4. astenersi dal mentire,
  5. astenersi da ogni genere di intossicante.

SI INIZIA

La prima ora di meditazione del giorno zero era interminabile. Provate a stare concentrati per un po’ e vedrete come dieci minuti di meditazione sembrano tantissimi per chi non ha mai praticato. All’indomani, il primo giorno, me ne aspettano 11 di ore, non oso immaginare. Ma il giorno zero è positivo, c’è l’entusiasmo di fare qualcosa di nuovo e di bello e si può ancora parlare liberamente con gli altri.

La prima notte passa con un po’ di panico e agitazione fino al forte gong delle 4 del mattino. Si procede verso i bagni che sono all’aperto. Mi ero proposto di farmi la doccia ogni mattino alle 4 per svegliarmi, poi ha cominciato a rinfrescare e ho spostato la doccia fredda nelle ore più calde. Nei bagni incontro il mio vicino svizzero che, senza pensarci, accenna un saluto con la mano, evito il suo sguardo e si rende conto che era iniziato il nobile silenzio.

Tutti si affrettano verso la Dhamma Hall. Gli uomini e le donne sono divisi. Tutti gli spazi sono separati da alte barriere o tende che non permettono di vedersi, tranne la grande sala del Dhamma Hall che non ha barriere fisiche. Da una parte ci sono gli uomini, eravamo una trentina più 13 monaci buddhisti, dall’altra le donne, un’ottantina. I docenti, un uomo e una donna, erano i punti di riferimento dei due sessi. Gli insegnanti, che in realtà sono la continuazione degli assistenti di Goenka, non fanno altro che attivare le registrazioni di Goenka, impartire qualche istruzione di servizio, controllare che nessuno cambi posto e ricevere a turni gli studenti per vedere se stanno imparando la tecnica. Rimasi stupito quando seppi che non ricevono compenso. Alla fine del corso scopro che il nostro docente era l’ambasciatore della Cambogia in Vietnam, accompagnato dalla consorte. Mi piaceva l’idea di avere due meditatori di Vipassana impegnati nella diplomazia internazionale.

Il primo giorno recava con sé tutta l’agitazione di impegnarsi – con promessa solenne – in tale impresa. E la fatica di adhitthana, la determinazione di rimanere seduti in posizione eretta senza muoversi troppo. Era una vera tortura, specie per noi occidentali che non siamo abituati a stare seduti per terra a gambe incrociate. Era un continuo muoversi, arrampicarsi psicologicamente su cuscini e cuscinetti che venivano forniti.

Nei giorni seguenti, dietro evidenti motivazioni fisiche, hanno concesso la sedia a due di noi. Anche a me, che avevo indicato nella scheda il mio problema alla colonna vertebrale. Ho chiesto di mantenere la seduta a terra ma appoggiato alla parete. Da allora tutta la pratica è cambiata. Il dolore fa parte della pratica e può essere un punto su cui lavorare con la mente per percepirlo in misura ridotta. Se la tua mente non è concentrata sul dolore, esso è minore o addirittura impercettibile. A cinque minuti dalla fine della sessione partono i mantra di Goenka, già si pensa alla fine e non si fa caso al dolore. E’ la prova che se si sposta l’attenzione altrove non lo si sente così forte, ha fatto notare Goenka in un discorso registrato. Era vero. Quando però è troppo forte tanto da disturbare sul serio la meditazione allora si possono ricorrere a supporti come la sedia o lo schienale. Va bene la determinazione dell’adhitthana ma non deve essere una tortura, spiegano.

LE DIFFICOLTA’

Prima di intraprendere questa avventura in cima alle mie preoccupazioni vi erano l’astensione dalla nicotina, la scarsità di cibo, la sveglia alle 4 e la mancanza del cellulare. Ma niente di tutto questo è stato un problema.

I pasti previsti erano alle 6,30 per la colazione e alle 11 per il pranzo. Alle 5 era previsto un tè con frutta ma sorprendentemente ogni volta ci hanno offerto quasi un pasto da cena (i vecchi studenti potevano prendere solo tè perché il dhamma prevede di non assumere cibo dopo le 12). Di cibo, vegano e variegato, ve ne era in abbondanza e in realtà non facendo altro che stare seduti il metabolismo era lentissimo e non si aveva nemmeno tanta fame. Per me che vado al bagno molto regolarmente è stato un problema avere l’intestino bloccato e la pancia gonfia per diversi giorni.

E allora in cosa risiedeva la durezza del corso? La sfida più grande era senza dubbio l’impegno nella meditazione per undici ore al giorno e l’insidia più ingombrante i pensieri. Stare in silenzio senza dover fare altro è il terreno più fertile per invogliare la mente a generare pensieri e impedirglielo diventa un’impresa titanica. In realtà non bisogna provare a respingere le produzioni mentali, ma osservarle in modo distaccato, dall’esterno. Quando si riesce a fare questo i pensieri perdono potere e scompaiono.

All’inizio eseguivo tutto alla lettera e non mi muovevo, avevo paura mi cacciassero. Poi ho capito che per loro era importante assistere con impegno alle tre meditazioni di un’ora del mattino, pomeriggio e sera. Per il resto potevi stare tranquillamente in camera, secondo loro a meditare, secondo noi, a dormire. Ma a parte dormire, che fa intontire ancora di più, o passeggiare nel giardino, non vi era nulla da fare e in fondo si era lì per imparare a meditare. Avevamo preso ben dieci giorni della nostra vita per questo, tanto vale meditare nella sala il più possibile.

I PENSIERI

I primi tre giorni dovevano fare attenzione solo al respiro. Non riuscivo ad essere concentrato sul respiro per più di pochi secondi. Subito mi assalivano i pensieri e per quanto nessuno ci avesse detto che cosa dovevamo fare con i pensieri, mi lascio trascinare da essi. Un fiume impetuoso che trascina l’anima, rompe gli argini e allaga le valli. I miei erano per lo più rivolti al passato, a quella relazione che mi negli ultimi tre anni aveva sconvolto la mia esistenza e suscitato sentimenti negativi di rivalsa e rabbia che mai avevo provato prima.

“Non sto meditando, non è possibile, sto solo pensando a tutto spiano”. Il terzo giorno arriva la risposta. Non era un male quello che mi stava accadendo. In realtà stavo “eseguendo un’operazione chirurgica nella mia mente” e tutto quello che era sedimentato stava uscendo fuori. I primi giorni si sta sull’ottovolonte: dalle emozioni negative a quelle positive e viceversa. Si piange e si spera. Poi la tecnica inizia a funzionare e la mente trova un suo equilibrio. Qualcuno ha avuto forti reazioni e nella sua stanza è scoppiato a piangere, c’è chi non ce l’ha fatta – tre/quattro – e ha lasciato il corso.

LA TECNICA

La meditazione Vipassana era una pratica antichissima, che il Buddha ha ripreso e portato a completa evoluzione nel VI secolo a. C. Negli anni si era persa la sua forma più pura, quella che comprendeva anche le condotte di vita morale, perché molti maestri si sono limitati a insegnare solo la tecnica tralasciando la parte delle norme morali. In Birmania, dove era stata introdotta dai seguaci del Buddha, la tecnica rimase pura, la stessa predicata nelle scritture. Goenka, figlio di quella tradizione, riporta questa tecnica in India avviando i corsi di 10 giorni, che comprendevano tutti i tre stadi della Vipassana. Introdotti progressivamente nel corso.

  • Sīla: la condotta morale, che consiste nei cinque precetti e che giustifica le dure condizioni del ritiro.
  • Samādhi: la concentrazione della mente, che si basa sulla respirazione e avviene nei primi tre giorni.
  • Paññā: la purificazione della mente, la saggezza della comprensione profonda, che si basa sulla Vipassana vera e propria introdotta dal quarto giorno, ossia sulla concentrazione delle sensazioni fisiche nel proprio corpo.

Da allora i benefici ricevuti dagli allievi hanno riportato in auge la pratica che si è diffusa in tutto il mondo e ha trovato terreno fertile nello stress della società contemporanea. La base teorica, abbiamo detto, era stata enunciata da tanti pensatori e maestri religiosi. Tutto passa, tutto è divenire e non bisogna lasciarsi condizionare dagli eventi e dalle cose né attaccarci ad esse: come principio funziona ma come comprenderlo a livello pratico?

LA SCOPERTA

La scoperta del Buddha costituisce l’anello mancante tra la teoria e la pratica: se educhiamo la mente a riporre l’attenzione sulle sensazioni fisiche – pressione, dolore, solletico, aria del respiro, pulsazioni, freddo, caldo, formicolio, etc. – senza che ad esse associamo un sentimento di attaccamento e avversione, nel tempo andiamo a distruggere le dinamiche radicate nella mente che a ogni percezione innescano sentimenti di attaccamento e avversione (sankara). La chiave di volta tutto è il concetto di equanimità: percepire sensazioni reali, fisiche, con animo equanime, senza giudizio, in modo oggettivo. Tutta la meditazione Vipassana consiste in questo, è un esercizio scientifico di allenamento della mente. Uno strumento per scardinare le logiche della mente che tanto ci fanno soffrire, senza senza e inutilmente. Ecco allora applicato il concetto di Impermanente a livello pratico. Tutto passa, e bisogna provarlo per capirlo.

LO SPAZIO E IL TEMPO

Per uno come me che dopo un po’ si sente stretto nel vivere nella stessa città immaginate che cosa potesse significare passare 11 giorni rinchiuso in un recinto e una cella. All’inizio provavo sensazioni di claustrofobia (non a caso il chiostro di un monastero ha la sua etimologia in claustro). Al di fuori della meditazione non vi era nulla da fare: non si poteva scrivere, leggere, correre, masturbarsi, fare ginnastica, prendere il sole, cogliere i frutti. Niente. Rimanevano tre cose: dormire, camminare e fare il bucato.

All’inizio la stanchezza ti porta a dormire, ma già durante la meditazione, se sei un novello, ti capita di stare in un dormiveglia continuo. Il risultato è che sei del tutto rincoglionito, complice anche il lento metabolismo, e quando provi a dormire in camera sei preso da panico e paranoie. Il secondo giorno ero in completa confusione, come se mi avessero drogato. Di solito si può riposare dopo la colazione delle 6,30 e dopo il pranzo delle 11. Suona la campana e mi reco alla Dhamma Hall, cerco di capire che ore fossero, se l’una o le due del pomeriggio. Erano le 7,45, ma pensai che l’orologio fosse rotto. Mi fischiavano le orecchie, avevo allucinazioni. Il cervello era andato in tilt. Alla fine del corso, parlando con gli altri, ho scoperto che tutti hanno avuto sensazioni più o meno simili e che non ero il solo a pensare di essere pazzo.

Archiviata l’idea di dormire nelle pause, deciso di camminare nel giardino. Uno dei ricordi più belli che mi porterò è la fioritura dei frangipane o plumerie, che ci ha accolto nei giorni del corso. Una pioggia continua di fiori bianchi, perfetti coi loro cinque petali, e dal profumo irresistibile da cui estraggono la famosa essenza. Tutti ne eravamo attratti: li raccoglievamo, li portavamo con noi, per abbellire le nostre giornate, e li odoravamo. Un giorno ne misi uno di fronte alla porta della stanza di un ragazzo, quando compresi che non veniva alla meditazione perché si era ammalato.

Lo spazio era limitato: un cortile fatto di un breve circuito attorno agli alberi di cui avevo imparato ogni dettaglio. C’erano due alberi che intrecciavano i loro tronchi, vecchi alveari e nidi di vespe a terra, un grande tamarindo di cui ho assaggiato i frutti, alberi di mango e papaya nel cortile di dietro, nidi di uccelli. Uno dei passatempi era osservare gli insetti e il loro comportamento: a poco a poco eravamo diventati tutti etologi navigati. Sono innumerevoli le cose che ho scoperto in quel piccolo lembo di terra. Il corso mi ha insegnato anche questo: a vedere cose che altrimenti non avrei mai visto.

Un altro modo di impiegare il tempo per me è stato osservare le persone, per quanto non si dovesse fare, immaginare le loro vite e affibbiare ad ognuno i soprannomi più variegati: c’era Compare Zappiddu, zi’ Pietro, Igor Il russo rosa, l’agente immobiliare, Marrabbio, il figone vegano, la pupa khmer, Il Secco, etc. Ogni tanto sembrava di stare dentro un ospedale psichiatrico, di quelli di una volta. Ognuno escogitava un nuovo modo di ingannare il tempo e faceva tendenza. A un certo punto si era diffusa la moda di raccogliere le foglie secche. C’erano i tavoli e i bagni da pulire ma niente: ogni foglia che cadeva sul sentiero doveva essere raccolta tempestivamente. L’epidemia si era diffusa così rapidamente che appena si usciva dalla sala di meditazione si correva ad accaparrarsi ramazza e paletta. A un certo punto ne dovettero costruire altre con i rami secchi e oggetti di fortuna. Qualcuno si è spinto oltre e ha iniziato a creare accurati cumuli di foglie attorno agli alberi per liberare il prato e a innaffiarli. Altri raccoglievano i fiori e li riattaccavano agli alberi e in ogni fessura che trovavano. Quando arrivò l’inventore della scrittura con un sassolino sul cemento, la scoperta si diffuse presto tra la popolazione più giovane.

Io per fortuna sono stato preso da una altrettanto nobile passione: il bucato. Era un continuo di bacinelle, sbatti, sciacqua e strizza. Al mio sapone di Marsiglia si affiancava quello in polvere preso in prestito. Ho iniziato a lavare qualsiasi cosa: anche lo scarpe e lo zaino. Idea che poi fu ripresa dal figone neozelandese. Periodicamente andavo a controllare lo stato dell’asciugatura. Poi ho iniziato a pulire i bagni di tutti con qualsiasi prodotto trovassi. Spesso vedevi qualcuno guardare nel vuoto e puntare gli squarci che si aprivano tra le mura o i cancelli. L’ingresso principale era aperto: solo un cartello “confini del corso” indicava il limite. Ogni tanto ho desiderato di varcarlo e correre urlando verso i campi. Raga’, sembravamo una gabbia di matti alienati.

Avevo perso ogni percezione del tempo e dello spazio. Le giornate sembravano lunghissime: alle 11 eravamo in piedi da sette ore e ne avevamo ancora dieci davanti. Non sapevo che giorno fosse, di chi fosse il compleanno, che cosa stessero facendo i miei cari. Per uno come me, abituato a controllare le notizie ogni cinque minuti, era una vera tortura non sapere come stesse andando la campagna elettorale, i sondaggi, le candidature. Poi un altro pensiero: “E se è successo qualcosa di grave ai miei cari? Ma tanto non potrei cambiare le cose in nessun caso”.

A volte non vedevo l’ora arrivasse l’ora dei pasti e le 19 per ascoltare il discorso di Goenka. A me e a un’altra ragazza italiana veniva fornito in italiano in una saletta dove eravamo divisi da un séparé e dove, per fortuna, ci potevamo un po’ sdraiare, anche se puntualmente venivamo ripresi dal volontario di passaggio. I discorsi molto belli, la voce di Goenka è profonda e rilassante. Li potete trovare tutti su YouTube.

A un certo punto ho osservato il sole e colto i punti cardinali: almeno potevo ubicarmi nella Cambogia e nel Mondo. Dopo l’entusiasmo dei primi tre giorni, al quarto ho pensato di andarmene. Non l’avrei fatto, mi conosco, ma la tentazione c’era. Quando compresi che non c’era altro da fare che meditare, ho detto: va bene, tanto vale restare e meditare. E alla fine qualcosa accadde.

CURIOSITÀ

Vi sono stati diversi episodi divertenti che mi hanno fatto sorridere dentro. Di uno ne sono l’artefice. Le stanze erano divise da muri che non arrivavano al soffitto e che mettevano in comunicazione quattro stanze. Per la seconda notte consecutiva il vicino cambogiano, della parte posteriore dell’edificio, aveva lasciato la luce accesa impedendomi di dormire. Avevo fatto presente la questione al manager – quello che non parlava inglese – che era andato a riferirgli chissà che cosa. La situazione non era cambiata e decisi di operare con astuzia. Mi arrampico e riesco a svitare la sua lampadina di poco. Al giorno seguente il tizio non si dà pace, accende e riaccende l’interruttore, prova col ventilatore, che va alla perfezione, ma non capisce cosa sia successo. Penso: “Cacchio, stai facendo un corso di Vipassana per affinare la mente e non capisci che basta riavvitare la lampadina che hai davanti agli occhi?” Lo lascio per due giorni al buio, in cui lo sento azionare continuamente l’interruttore e il ventilatore, poi mosso da compassione decido di riavvitargli la lampadina. E luce fu, ma non più dopo le 21,30. Aveva imparato la lezione. Quando l’ho raccontato agli altri non vi dico le risate.

Un altro fenomeno che ha sconvolto la comunità monastica è avvenuto il terzo giorno. Per due pasti consecutivi nello stesso giorno avevano servito fagioli e legumi, aggiungici il metabolismo ridotto a zero, ed ecco che il Nobile Silenzio è andato a farsi benedire. Niente a che vedere con i concerti di tosse e i virtuosismi catarrosi che risuonavano nella comunità femminile. E in particolare tra le suore buddiste, le cui teste rasate potrebbero aver giocato un ruolo importante. Ogni tanto qualcuna si è vista costretta a uscire e tutti pensavamo dopo la meditazione di trovarla stesa nel giardino accanto al suo polmone.

E poi c’era Compare Zappiddu, uno strano soggetto che camminava con i piedi a dieci e dieci e che si era rifiutato di dormire sul materasso e meditare sul cuscinetto. Andava in giro cercando di rifilare agli altri dei chicchi di riso magici, per quanto fosse proibito mangiare fuori dai pasti e comunicare in ogni modo. Iniziava la meditazione, poi faceva una decina di inchini non si sa a chi, e se ne andava in giardino. Ogni giorno ne combinava una e veniva ripreso. Mi faceva molta tenerezza.

Birra celebrativa e liberatoria con Rossella, l’altra ragazza italiana, a Siem Reap.

LA LIBERAZIONE

Quando abbiamo potuto parlare è stata come la liberazione dal nazifascismo: veramente ho provato a immaginare la gioia di chi avesse visto la fine di una prigionia o della guerra. Usciti dalla Dhamma Hall gli altri occidentali si recano verso le stanze, li inseguo con la mia bottiglietta d’acqua e faccio: “Cheers! Ce l’abbiamo fatta, brindiamo”. Ed è stata subito un’esplosione di gioia e voglia di condividere: facevamo fatica ad articolare i suoni delle parole ma non potevamo smettere di comunicare.

La cosa più assurda è che tutti avevamo provato più o meno le stesse esperienze: la confusione mentale, la voglia di scappare, la tristezza e l’euforia a fasi alterne, le attrazioni sessuali, l’ammissione di essersi messi a dormire in stanza invece di meditare. C’era chi aveva preparato la valigia dal settimo giorno e aveva preparato meticolosamente ogni vestito da mettere ogni giorno. Infine tutti hanno rivelato di essere riusciti a meditare senza pensare solo il 10 per cento del tempo, il resto erano pensieri.

Tutti avevamo provato una insolita esperienza: la sensazione del flusso nel proprio corpo, un fenomeno che è stato accennato nei discorsi ma che pensavo fosse solo la capacità di sentire le sensazioni in modo più ampio. Invece era come se tutto il corpo fosse attraversato da un flusso energetico, anche se non è corretto parlare di energia nella Vipassana. Ad alcuni è capitato al sesto giorno, ad altri dopo, a me al nono. A nessuno è più ritornata.

Il decimo giorno avevo giurato che mai avrei ripetuto quel corso. Il mio giudizio era condizionato dalle condizioni così dure. Ora a distanza di giorni capisco che senza quell’ambiente asettico e quelle rigide regole il corso sarebbe stato come uno dei tanti consigli che amici e parenti mi hanno dato: la mente li avrebbe approvati per poi lasciarli andare. Stavolta non ha avuto scampo e penso abbia imparato a non soffrire più inutilmente. Imparare ad usare bene la mente può davvero aiutare a vivere meglio e liberare tante persone dalla miseria. Un progetto colossale partito nel 1993 ha insegnanto a migliaia di detenuti delle carceri indiane la meditazione Vipassana con i corsi di 10 giorni. I detenuti, la cui vita era resa ancora più crudele dalle cattive condizioni dei penitenziari indiani, sono rinati e hanno acquistato la libertà della mente. Un bellissimo documentario, Doing Time doing Vipassana (Scontare la pena, fare Vipassana), ne racconta la storia.

C’è una storia che ho ascoltato in uno dei discorsi di Goenka e che mi ha colpito molto. “Un uomo, saputo della reputazione di Buddha, venne da lontano per mettere questi alla prova. Arrivato, gli si avvicinò e cominciò a gridargli ogni sorta di insulto: “Chi ti credi di essere per insegnare agli altri? Sei stupido come loro, non sei nient’altro che un impostore!”. L’uomo continuò a riversare su Buddha insulti, ma questi rimase immobile. Quando l’attacco cominciò a scemare, Buddha finalmente disse: “Posso farti una domanda? Se qualcuno ti offre un dono e tu lo declini, a chi appartiene quel dono?”. L’uomo pensò per un secondo, poi rispose: “Beh, in tal caso esso appartiene alla persona che l’ha offerto”. “Giusto – continuò lui – così, se hai cercato di darmi qualcosa che ho rifiutato, a chi dunque appartiene?”. L’uomo se ne andò.

Finito il corso quella persona, che mi ha fatto tanto male e il cui pensiero mi ha perseguitato fino all’ultimo, tutt’a un tratto è sparita dalla mia mente, assieme ai sentimenti di dolore e rivalsa. Relegata a un passato che ormai non mi appartiene. Tutto passa, tutto è impermanente. Ora esisto solo io, vivo, qui ed ora.

Condividi