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Accanto alle nuove generazioni sta crescendo una folta comunità di stranieri

Per le strade di Ho Chi Minh ci sono ancora le vecchie bici dei commercianti che vendono i loro prodotti con un nastro registrato. Sono il residuo di una società che sta scomparendo. Ormai tutto è cambiato e oggi si respira un’aria fresca di ottimismo e voglia di vivere. Per capire il perché, prendete un Paese lacerato da un secolo di devastanti conflitti, dalla stretta dell’embargo internazionale e dalla chiusura di un regime comunista, e pensate che a un tratto si svegli riunificato, senza sanzioni né limiti all’economia e con la prospettiva di una pace duratura. Ecco, questo è il Vietnam oggi.

La città di Saigon, ribattezzata nel ’75 Ho Chi Minh City (mi spiace per lo zio Ho ma era più comodo il vecchio nome), è un pullulare di nuovi fermenti, giovani intraprendenti alla moda e alternativi, grattaceli in costruzione, karaoke e attrattive di ogni tipo. Nelle strade e nei tantissimi nuovi locali c’è voglia di divertirsi, di fare festa, di cantare nei karaoke. In un Paese reso laico da anni di ateismo di Stato il Natale (che per loro è il 24 dicembre) non è una festa ufficiale ma un’occasione per celebrare e festeggiare come gli occidentali, con tanto di finti alberi innevati a 30 gradi all’ombra.

Dalle riforme economiche introdotte a partire dall’86 è nata una nuova generazione di classe media che parla inglese e guarda al futuro. Nonostante nelle campagne la vita sia ancora basata su un’economia agricola familiare, il Paese sembra ormai uscito dalla povertà e proiettato verso un futuro di crescita sostenuta.

Una città in pieno fermento.

Rispetto alla capitale Hanoi, che ha risentito molto dell’influsso socialista e cinese, Ho Chi Minh, la vecchia capitale del Vietnam del Sud, sembra essere il nuovo centro culturale ed economico del Paese, sebbene entrambe abbiano circa 8 milioni di abitanti. E non è un caso se accanto ai giovani vietnamiti, trendy ed effervescenti, sta crescendo una discreta comunità di stranieri che scelgono di venire a vivere qui attratti dalla grande domanda di manodopera specializzata e dalla facilità degli investimenti. Francesca è una ragazza australiana che ha trovato lavoro come SEO manager, pagata con salario straniero; Yael, portoricano, nel suo giro del mondo ha deciso di fermarsi in questa città affascinante e ora insegna inglese nelle scuole superiori, mentre Tom, dall’Australia, sta cercando di capire come avviare un’attività e fronteggiare la corruzione locale.

Spesso gli expat, come vengono chiamati da queste parti, vivono nei quartieri per occidentali e si incontrano negli migliori sky bar della città per happy hour al tramonto con panorama mozzafiato. Tutti – locali e stranieri – si radunano nella zona di Bui Vien, la strada dei backpackers e degli alloggi a basso costo, fitta di locali e negozietti.

Il caos del traffico.

La prima cosa che salta all’occhio di Ho Chi Minh è il traffico. I francesi hanno lasciato la guida a destra ma i vietnamiti continuano a fare un po’ come gli pare. Negli ultimi anni i vietnamiti hanno lasciato le classiche biciclette con il nón lá, il famoso copricapo a cono, e acquistato scooter e casco. La metropoli è invasa da motorini che sembrano non avere freni: si infilano dappertutto e non rallentano alla vista dei pedoni. Anche i marciapiedi sono fatti con i bordi a scivolo per far salire le modo, forse l’intenzione era per parcheggiarle la sera, fatto sta che il pedone non è al sicuro in nessun luogo.

O meglio bisogna capire come funziona. All’inizio attraversare la strada sembra un’impresa impossibile: non c’è passaggio pedonale che tenga, ai semafori si fermano raramente. Di fronte alla sciatica lancinante e abbandonata ogni speranza, mi sono fatto il segno della croce e mi sono buttato. Non si è fermato nessuno, anzi, sembrano accelerare alla vista. A quanto pare sono loro che pensano a schivarti con manovre rocambolesche: un caos totale che tuttavia sembra governato da forze benefiche inesistenti. Chi si ferma è perduto, se lo facesse causerebbe un casino di incidenti a catena. Alla fine vi assicuro che è divertente.

Le cose però stanno migliorando: vengono creati nuovi parchi e zone pedonali, messe barriere protettive sui marciapiedi e fra due anni sarà pronta la nuova metro realizzata in collaborazione con il Giappone.

La patria dei vizi.

La voce che in Vietnam ci fosse il pane mi era giunta già in Thailandia, da solerti viaggiatori spagnoli. In realtà si tratta di un’evoluzione ridotta delle baguette, probabile lascito dei francesi, che riempiono di carne, uova, verdure e paté. Altra delizia per i gusti italiani è il caffè: sono rimasto colpito dalla cultura del caffè che c’è in Vietnam, dall’espresso a quello lungo, con tante varietà che si possono vedere anche nei negozi specializzati.

Per la felicità del fumatore in Vietnam le sigarette si trovano in ogni angolo della strada a prezzi stracciati: circa un euro per le Marlboro. E si può fumare ovunque, anche nei posti chiusi (nonostante i cartelli di divieto). Insomma il Vietnam non è il Paese migliore per smettere di fumare!

I venditori ambulanti di sigarette ti offrono spudoratamente anche la marijuana. A quanto pare c’è una facile disponibilità di droghe nella città e la sensazione è che non ci siano controlli. Io che mi aspettavo uno Stato di polizia sono rimasto colpito dal laissez-faire delle autorità vietnamite, che stanno facendo di tutto anche per incrementare il turismo. Settore in crescita ma in cui hanno ancora molto da imparare: rispetto ai Thailandesi, di sicuro sono meno organizzati e affamati di soldi, ma la loro ingenuità e disponibilità ripaga le mancanze.

La società sembra essere aperta anche verso la sessualità che i giovani vivono con una certa disinvoltura. Nei locali, nelle strade e nelle chat non ci si fa scrupoli ad ammiccamenti e complimenti. Molti sono i locali gay friendly e l’omosessualità sembra essere accettata senza pregiudizi.

Cosa vedere.

Ho Chi Minh non ha nulla di speciale da vedere ma molto da offrire in termini di esperienze. Da visitare i resti del passato coloniale francese – la basilica di Notre Dame, l’edificio delle Poste progettato da Gustave Eiffel e il teatro dell’Opera – il Palazzo dell’Indipendenza, un capolavoro dell’architettura razionalista socialista, il mercato al coperto di Benh Thanh e il Museo della Guerra. Una tappa che lascia interdetti per le atrocità del conflitto vietnamita: probabilmente l’esposizione andrebbe organizzata meglio ma sono rimasto colpito dall’oggettività del racconto, senza parte e senza astio verso l’antico nemico ma con una documentazione spesso di fonte americana o internazionale.

Insomma a Ho Chi MInh c’è poco da vedere ma molto da vivere. Forse dovremmo superare la logica del monumento prezioso per valutare una città. E iniziare a pensare al valore dell’esperienza turistica come una serie di cose: atmosfera, servizi, ospitalità, divertimento. Magari Roma si renderà conto che la bellezza dei suoi monumenti non basta a rendere piacevole il soggiorno al turista se questi deve fare i conti con una città depressa, fatta di lamentele, incazzature, divieti e disservizi. Il Vietnam sta vivendo quello che hanno vissuto i nostri genitori negli anni ’60, quando l’entusiasmo del boom economico assieme alle nuove libertà sessuali e familiari ha donato il sorriso a un’intera generazione.

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